SETTIMA ARTE - DECIMA MUSA

Buñuel «allergico» al colore e Lang triste sulle rovine di Berlino SAGGI DI MARIO VERDONE

di ALDO COSTA ( da IL TEMPO.it di mercoledì 26 gennaio 2005 )

APPARVE nel lontano 1936 sulla rivista «Cinema» un articolo dal titolo «Biblioteche specializzate». Venivano indicati ai cineamatori universitari, cioè quelli iscritti ai cine-club denominati Cine-Guf, i pochi libri, non più di cinque o sei, che non dovevano sfuggire alla loro attenzione ed anzi li indirizzavano verso una autentica cultura cinematografica, di cui non era ancora ben visibile l’esistenza, anche se lo scrittore pugliese emigrato a Parigi, Ricciotto Canudo, soprannominato da Apollinaire "le barisien" aveva chiamato la cinematografia «settima arte», e Jean Cocteau l’aveva definita "la decima musa". L’articolo di «Cinema» era firmato dallo stesso autore del libro, ora in uscita, «Maestri del cinema» di Mario Verdone (Andromeda Editrice, Teramo 2004).

Negli anni Trenta e Quaranta si citavano, a sostegno dell’arte del film i pareri positivi espressi da Benedetto Croce e Giovanni Gentile ed era, questo, un notevole passo avanti per far guadagnare ulteriore prestigio e credibilità al nuovo linguaggio entrato nel dominio della creazione artistica. Quanto alla storia ed ai progressi estetici del cinema, non si poteva fare ricorso, in Italia, che ai libri di Francesco Pasinetti, Ettore G. Margadonna, Luigi Chiarini e Umberto Barbaro. Ma già nascevano riviste specialmente come appunto, «Cinema», e «Bianco e Nero», e venivano tradotti gli stranieri Béla Balàzs («Lo spirito del film»), e Vsevolod Pudovkin («Film e fonofilm»).

Oggi non è più così. Le biblioteche dello spettacolo contano centinaia, forse migliaia, di pubblicazioni di argomento cinematografico. Spesso se ne occupano con competenza e lucidità critici attenti e autentici scrittori. Forse se il libro di Mario Soldati apparso nel 1935, «Ventiquattro ore in uno studio cinematografico», fosse uscito qualche decennio dopo, non avrebbe avuto come firma il prudente pseudonimo di Franco Pallavera.

«Maestri del cinema» appartiene alla ormai copiosa letteratura sui registi, di cui si conoscono eccellenti monografie, e vi sono presentati quelli le cui firme sono le più celebrate. V’è però una scelta personale fatta dall’autore, che poi si riflette negli "incontri", che fanno quasi sempre seguito ai "profili". Uno dei più curiosi è quello avvenuto nel 1952 a Torino con Giovanni Pastrone, che nel 1913 aveva diretto il film kolossal «Cabiria», cui aveva collaborato, ma soltanto per le didascalie, Gabriele D’Annunzio. Ma è l’epoca in cui Pastrone aveva da tempo abbandonato la macchina da presa: ora, preso da altre fantasie, a lui interessavano le ricerche medico-scientifiche e addirittura, abbastanza utopisticamente, liberare l’essere umano da ogni male!

I trenta saggi che compongono il libro riguardano, fra l’altro, Orson Welles, Fritz Lang, Marcel Carné, Laurence Olivier, Ingmar Bergman, Luis Buñuel, Ernst Lubitsch, gli italiani Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Michelangelo Antonioni, il giapponese Akira Kurosawa, l’iraniano Abbas Kiarostami, l’armeno Sergej Paradjanov, i russi Grigori Kosincev e Sergej M. Ejsenstein. Di Charles Chaplin l’autore non ripercorre soltanto la carriera, ma ne rievoca anche la presenza a Roma allorché venne a presentare il suo «Luci della ribalta». E c’è anche l’episodio della proiezione privata di «Umberto D.» cui lo invitò Vittorio De Sica, e che provocò la sua commozione tanto che rimase solo, nella sala di proiezione, ad asciugarsi gli occhi col bianco fazzoletto.

La affettuosa prefazione del volume è fimata da Manoel de Oliveira, il regista portoghese più volte premiato nei Festival di Cannes e di Venezia, e che Verdone ha conosciuto allorché realizzava i primi documentari. Ai profili dei registi, tra cui sono anche Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Franco Zeffirelli, Marcel L’Herbier, sono aggiunti anche dei "medaglioni" che riguardano Jean Gabin, Marlene Dietrich, Buster Keaton, Greta Garbo, Totò.

Tra le curiosità che gli incontri dell’autore con i rimanenti cineasti registrano, c’è la reazione che orson Welles ha di fronte alle riprese con lente "cinemascope", che gli sembra la "decadenza del cinema"; l’indifferenza di Buñuel per il film a colori; quando la gente, dopo la sconfitta del nazismo, cercava furiosamente di distrarsi nei locali notturni di divertimento, ed era come se Berlino «danzasse con la morte».

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